I Polemica pubblicano il nuovo secondo album Breach la recensione

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Polemica Breach 2018

A questo punto sarei curiosa di ripercorrere quali esperienze abbiano attraversato i Polemica tra il precedente “Keep your laws off my mind” e questo “Breach”, il primo era bello ma in qualche modo grezzo e un po’ ostico, simile a quelle persone “io le cose le dico in faccia” che a volte travalicano semplicemente nel non perdere tempo in delicatezze e sottigliezze, eppure nel 2016 li pensavo già come un gruppo maturo almeno come storia musicale dei singoli componenti, e l’essere scarni e diretti poteva sembrare una scelta di campo precisa.

In “Breach” però mi sembrano aver spiccato un grosso salto evolutivo e qualitativo, fatto di abbondanza, originalità,densità, dinamismo. Si nota subito come la sezione ritmica abbia guadagnato un suono più pieno e pervasivo, cosa che comunque valorizza la stessa voce, legandola ancor più a un contesto strumentale che interagisce con essa e la nutre e fomenta.

Più azzardati, sorprendenti e intensi gli aspetti elettronici e noise in grandiosa reciproca invasione con gli strumenti e le strutture più classicamente rock, una complementarietà molto riuscita tra questi elementi che secondo me si trova raramente.

Già dalla prima “A walk in the park” colpisce come la voce di Hilary Binder sia sempre più espressiva e sottilmente virtuosa, la struttura e le variazioni dei brani ricchissime di inventiva di energia e di emotività.

The “Bell” è battagliera ma con la leggerezza di un combattimento di esseri alati, stilettate che colpiscono roteando nell’aria.

In tutto l’album vi è un avvincente avvicendarsi di ritmi come dalla più cadenzata quasi dondolante ma emotivamente carica “Passenger on the ghost ship” alla scatenata fuori dai denti e combattiva “Man’s privilege”.

si vira ancora e ci si tuffa in tutt’altra dimensione con “Psychopath Mind”, di echi e atmosfere cinematiche e visionarie, in qualche modo continuate da “Silly me”.

Dà brividi e commozione la struggente Morning Fight, mentre le emozioni vengono riportate in una sospensione più riflessiva e intellettuale in “Need more time”.

La title-track è un’ira di dio (minore) da film post-apocalittico, una valanga di rumori con la quale la melodia riesce a mantenere la propria identità solo in virtù di una sfida e un fronteggiarsi senza tregua.

Alla finale “Welcome to the show” (curioso un titolo così proprio in chiusura, come a dire che lo spettacolo vero è lì fuori?) mi rendo conto che la foga, la follia, nonché anche La forte presenza del basso slappato, mi richiamano (almeno come impatto su di me, ignoro se vi sia un riferimento diretto) i Primus in una inattesa versione con voce femminile.

Il tutto suona ottimamente, limpido e lucido ma anche denso e graffiante dove è giusto che sia, innamorato e sorprendente come la colonna sonora di una vita piena di “sì” – ma mai accondiscendente.

Alessandra Dotto