Kraftwerk a Roma, tripla recensione, foto e VIDEO!!!

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Kraftwerk a Roma

Forse tra tutti i concerti dell’estate quello dei Kraftwerk è uno dei più attesi, Roma Suona ve lo racconta con una tripla recensione.

Kraftwerk a Roma, tripla recensione, foto e VIDEO!!! orecchie sono meglio di due, sei occhi meglio di due, e tre penne meglio di una, insomma Roma Suona si è presentata massicciamente con la sua armata pronta a recensire uno dei concerti più importanti dell’anno.

Alessandro (Amptek) Marenga, Dario Pizzetti e Francesco Di Giugno i tre alfieri che l’altra sera erano presenti al concerto; queste le loro impressioni

Roma Suona

Set List 14/07/2014 RomaThe Robots, Numbers, Computer World, It’s More Fun to Compute / Home Computer, Computer Love, The Man-Machine, Spacelab 

The Model, Neon Lights, Autobahn, Geiger Counter / Radioactivity, Tour De France 1983, Tour de France 2003 (Étape 1), Tour de France 2003 (Étape 2), Trans-Europe Express / Abzug / Metal on Metal, Electric Café, Boing Boom Tschak, Techno Pop, Musique Non Stop, Aéro Dynamik, Planet of Visions

Il report di Alessandro Marenga

 

I Kraftwerk nascono all’interno del rock psichedelico e sperimentale tedesco degli anni 70, il cosidetto “krautrock”.

La scena internazionale nella quale si propagò il “krautrock” era quella del progressive e del rock classico caratterizzata dal successo delle grandi band degli anni 70 che producevano una musica complessa, piena di virtuosismi strumentali, ricca di complicazioni formali, incentrata spesso sulla dilatazione delle strutture verso lunghe suite strumentali.

Le band del “krautrock” costituirono il fermento culturale autoctono che ha contribuito a definire l’identità culturale tedesca contemporanea, lo stile musicale prevalente era contaminato dalla psichedelia, dal rock acido, dal jazz e dalla sperimentazione classica della scuola di Colonia.

Formatosi a Düsseldorf nel 1970 il gruppo produce tre dischi iniziali omogenei con il suono del rock tedesco di quel periodo proponendo lunghi brani sperimentali.

Ma nel corso degli anni 70, a partire dall’album “Autobahn” (1974) e proseguendo con i successivi “RadioActivity” (1975) e “Trans Europe Express” (1977) avviene una svolta musicale che avrà impatti straordinari nei decenni successivi e che al momento della sua concezione non verrà compresa dai contemporanei, anzi resterà in qualche modo aliena dal gusto del pubblico del rock anche successivamente.

Con “Autobahn” i Kraftwerk introducendo le ritmiche elettroniche costruiscono un sound che li avvicina ad una originale forma canzone “pop” ma di stampo tecnologico, con un uso dei testi essenziale e didascalico, incentrato su ritmi ipnotici e semplici, con una costruzione strumentale interamente elettronica.

 

La modalità di impiego della parola è una della caratteristiche del sound “Kraftwerk”, ogni argomento che il gruppo tratta è espresso con poche parole, in varie lingue, ripetute talvolta ossessivamente, che evocano l’argomento, che nel loro show attuale scorrono in varie modalità animate sullo schermo.

I Kraftwerk non adottano il concetto classico di testo, ma impiegano un sistema originale, basato sulla parola, come significante evocativo un universo complesso di significati.

 

Inoltre, il gruppo capitanato da Ralf Hütter e Florian Schneider, utilizzerà una biblioteca iconografica e semantica originalissima che diverrà l’universo simbolico di rappresentazione della modernità scelto dai Kraftwerk.

Negli anni 80 la musica del gruppo ispira la nascita dell’electro e della techno di Detroit e tutta la nascente scena della nuova musica elettronica ritrova nei Kraftwerk le proprie radici e i propri precursori.

L’attività dei Kraftwerk si protrae nel nuovo millennio proprio grazie a questo riconoscimento, malgrado il gruppo proponga una serie di lavori sporadici, ma restando all’apice della considerazione del pubblico dell’elettronica e proprio il concerto alla Cavea dell’Autorium Parco della Musica ne è l’ennesima conferma.

 

Il line-up del gruppo risulta diverso da quello che aveva prodotto “Tour De France” (2003) ed oggi è composto da Ralf Hütter, Henning Schmitz, Fritz Hilpert e Falk Grieffenhagen ed ha perso il cofondatore Florian Schneider.

Malgrado il gruppo abbia annunciato la realizzazione di un nuovo disco in studio, il concerto è stato una grande “greatest hits”, rivisitata con arrangiamenti decisamente più aderenti al sound elettronico contemporaneo, da “Autobahn” a “Tour De France”.

 

Ma dai Kraftwerk oggi non ha senso attendersi sensazionali novità, il gruppo ha contribuito ampliamente alla nascita di interi generi musicali ed è più che sufficiente il riaffermare la propria identità sonora all’interno dell’universo elettronico contemporaneo.

Inoltre i Kraftwerk non propongono un semplice concerto in cui la musica è il solo elemento di interesse, ma uno spettacolo multimediale complesso in cui convergono elementi di arte contemporanea e di sperimentazione visiva già da soli sufficienti a giustificarne la messa in scena, uno dei suoi membri, Falk Grieffenhagen, infatti, si occupa proprio della regia video.

 

I Kraftwerk si stanno proponendo in 3D, dove il 3D sta ai Kraftwerk come le Brillo Box ad Andy Warhol, l’estetica del gruppo è “pop electronic art”, ha sempre utilizzato elementi tecnologici della quotidianità popolare, ed oggi il 3d è la normalità nello standard dei televisori consumer o nei polpettoni filmici hollywoodiani e quindi non poteva non essere anche un elemento dello spettacolo del gruppo tedesco.

Confluiscono nella loro iconografia proiettata a tre dimensioni elementi di futurismo (ciclisti, treni, autoveicoli, autostrade, mito della velocità), di strutturalismo russo, di pop-art, dell’estetica del videogame, della mitologia ufologica, è un vero catalogo della modernità popolare.

La voce robotica di Ralf penetra la platea con le sue vibrazioni elettroniche lanciando la mitica “The Robots”, il manifesto della compenetrazione fisico-sonora dell’uomo con la macchina (all’epoca della sua uscita in Italia considerato poco più che un brano dance commerciale) e che oggi riassume la coesistenza dell’uomo moderno con le sue protesi tecnologiche, e che il pubblico di Roma acclama con un’ovazione. Un pubblico, inusuale per un concerto, con gli occhialini come al cinema davanti al nuovo “Godzilla”.

Seguono alcuni dei grandi classici della musica elettronica dei Kraftwerk da “Computer World” fino a “Pocket Calculator” cantata in italiano, a “Numbers”, passando per “Man Machine” e una “Spacelab” che mostra astronavi aliene sul Colosseo.

Il pubblico è in una trance collettiva quando l’immagine di Ralf, presa dal video originale di “RadioActivity” si erge in 3d dallo schermo, il mitico successo del gruppo parte, come tradizione recente, con l’elenco delle disgrazie nucleari, Tschernobyl, Harrisburg, Sellafield, Fukushima mentre il telegrafo emette il suo segnale allarmato, e prosegue direttamente in giapponese. Animazioni tridimensionali in stile videogame di una autostrada percorsa da Volkswagen e Mercedes per “Autobahn”, il progresso che passa per la mobilità meccanica dell’industria automobilistica tedesca, simbolo della modernità germanica.

Non manca naturalmente “Trans Europe Express”, con i suoi treni vettoriali che escono dallo schermo in una esaltazione della velocità futurista e che proseguono nella lunga suite con le tappe di “Tour De France”, che ci riporta idealmente a “Il Ciclista” della Natalija Gončarova, ma in cui convergono vari altri archetipi della civiltà della tecnica come la Tour Eiffel.

Immobili con le loro tute reticolari da supereroi spaziali della tecnica i Kraftwerk suonano dietro alle loro identiche consolle luminose, mentre la Cavea vibra quando le drum-machine scandiscono la cassa dritta che caratterizza ormai vari dei loro arrangiamenti e che ricollega il vecchio con il nuovo, una pulsione che connette gli anni 70 e il secondo ventennio del XXI secolo.

Melodie essenziali e semplici, eseguite con i caratteristici suoni vintage, con i loro gusto tipicamente mittel-europeo scandiscono la successione di brani che si inerpica verso “Boom Boom Tschack”, “Techno Pop” ,”Electric Cafè”, “Neon Licht” e “Musique Non-Stop”

Due brani nel bis richiesto a furor di popolo chiudono la missione romana della “Centrale Elettrica”, in attesa del loro nuovo omaggio al suono sintetico su disco, hanno nuovamente stupito ed entusiasmato con effetti specialissimi. Va sottolineato l’ottimo allestimento tecnico della serata, sia per quanto riguarda la fruizione audio-video, per l’ovviamente ottima location e per la qualità dell’organizzazione.

 

Il report di Dario Pizzetti
Luglio 1978, una di quelle sere d’estate che passi in casa perchè hai 10 anni, e ancora non ti è consentito uscire dopo le 19 (erano altri tempi!). Alla televisione, una di quelle rassegne estive dove passano tutte le hits del momento ad uso e consumo dei vacanzieri italici alla perenne ricerca del tormentone che può segnare un amore da scrivere sulla sabbia. Tra queste, una (non proprio un tormentone!) è ad opera di 4 alieni che, muovendosi come robots, suonano un pezzo elettronico dai ritmi algidi e secchi come ancora non si era sentito in un programma nazional-popolare. Il pezzo si intitola come quelle creature che la band stava cercando di rappresentare con i loro corpi, “The Robots”. Davanti a loro, tastiere e una batteria elettronica che catturò la mia attenzione in quanto assomigliava alle piastre del piano cottura di mia madre. Durante l’esibizione, anche io accompagnai la band “suonando” con i cucchiai di legno, le suddette piastre. Ho atteso 36 anni, e diversi cucchiai per riuscire a vedere suonare live quei 4 umani che tanto avrebbero voluto essere robots, i Kraftwerk. Il tour che stanno portando in giro per il mondo si chiama “3D”, ed all’ingresso, tutti gli spettatori vengono muniti di appositi occhialini…cosa ci aspetta sarà tutta una sorpresa! Si spengono le luci alle 21.15, ed un intro di vocoder da il via al concerto che inizia proprio con “The Robots”, come dicevo prima, il pezzo che più di tutti li ha fatti conoscere ad un pubblico più vasto, ed è già boato della folla che ha riempito la cavea con un sold-out di quelli che incantano. La scenografia e le immagini in 3D fanno il resto, con il testo che scorre come sospeso sul pubblico. “Numbers”, con proiezione di numeri come in un codice binario,  inizia la sequenza dei pezzi tratti da “Computer world”, album del 1981, che fu successo di vendite, anche al di fuori dei ristretti circuiti indipendenti, e sfocia in una “Pocket calculator” cantata in italiano, che solo a Discoring con la Anna Pettinelli si era sentita! “Home computer” è uno di quei pezzi che mi ricorda le prime volte che mettevo piede in discoteca, dove c’era Daniele Baldelli che la mixava con “Tout petit la planete”, gioiello space-pop di Plastic Bertrand. Ma qui si parla dei Kraftwerk, che nel viaggio attraverso la loro storia, entrano in quel capolavoro che è “Man machine”, pezzo che dava il titolo al loro disco del 1978, per poi proseguire con “Spacelab”, composizione corredata da un video con un disco volante che girando attorno alla terra, sceglie l’Italia e “parcheggia” a fianco del Colosseo. Si passa dallo Spazio al Fashion con facilità, grazie ad una bomba come “The model”, canzone stupenda ed insolitamente romantica se paragonata alla loro produzione classica, e corredata da video con indossatrici d’antan. “Neon light” fa da break, prima di “Autobahn”, lo storico pezzo, e album, che fece da spartiacque tra i Kraftwerk “Kraut”, e quelli che, grazie all’amore per le strumentazioni elettroniche, forgiarono un suono che continua ancor oggi ad influenzare le nuove generazioni. Il rumore di un contatore geiger introduce “Radioactivity”, e lo schermo è tutto un susseguirsi di nomi di centrali nucleari (alcune delle quali hanno avuto epiloghi tragici) e di simboli a monito dei pericoli che ancora ha l’atomo (usato male) su di noi. E visto che siamo in stagione, ecco le 4 biciclette de corsa che introducono la saga “Tour de France”, extended play del 1983, ma anche un album del 2003 che ampliava e completava le intuizioni di vent’anni prima, suonata sulle immagini della “Grand boucle” dai tempi di Bartali e Coppi ai giorni nostri. Dalla bici al treno il passo è breve, ed ecco “Trans europe express”, pezzo epocale, con il suo giro di synth pluricampionato negli anni, in primis da Afrika Bambaataa sul leggendario “Planet rock”, che su immagini di rotaie luminose e treni notturni,  rapisce il pubblico e lo porta via con se come 37 anni fa. Siamo verso la fine, e la scelta cronologica non poteva non cadere che sui pezzi di “Electric Cafè”, disco all’epoca snobbato, ma che ha avuto dalla sua la ragione del tempo, dove esplode in tutta la sua bellezza la conclusiva “Music non stop”. Ad uno ad uno, i componenti della band lasciano il palco, raccogliendo la standin ovation del pubblico in sala. Ma è solo per pochi minuti, ed i due pezzi conclusivi, che  fanno parte della produzione “anni 0” dei nostri, riaccendono di nuovo la Cavea. “Aerodynamik” è potente e percussiva, mentre “Planet of vision”, che nel testo e nelle immagini ricrea quel connubbio techno-elektro che esiste da sempre tra la Germania e Detroit, non è altro che la versione rilavorata di “Expo 2000”, il pezzo con il quale i Kraftwerk ritornarono ad incidere un disco, e che fu composizione ufficiale dell’omonima manifestazione che quell’anno si svolse ad Hannover. E’ di nuovo ovazione, e dopo oltre due ore si puo’ andare a casa felici di aver assistito a qualcosa di unico, suonato da leggende della musica, che difficilmente riusciremo a scordare. Ricorderemo così, negli anni, quant’altra musica di questo genere? E quale altro show? Danke Kraftwerk…ich liebe dich <3
P.S. Il prossimo anno ci sarà l’EXPO a Milano…mica avranno pensato ancora ai Negramaro,vero?????
Il report di Francesco Di Giugno

Synthetic electronic sounds Industrial rhythms all around”

Difficile descrivere con le sole parole uno spettacolo multisensoriale come quello che ieri sera si è tenuto davanti agli occhi del pubblico presente all’Auditorium Parco della Musica. All’interno della nota rassegna Luglio Suona Bene, giunta ormai alla sua dodicesima edizione, a due giorni di distanza dall’altro straordinario evento che ha visto protagonista l’ex Led Zeppelin Robert Plant, sullo stesso palco della Cavea sono atterrati dei veri e propri androidi/alieni: i Kraftwerk di Ralf Hütter, unico elemento della formazione originale e vero direttore d’orchestra di quello che possiamo definire un concerto per tastiere e sintetizzatori (Henning Schmitz, percussioni elettroniche e sintetizzatore; Fritz Hilpert, percussioni elettroniche; Falk Grieffenhagen, proiezioni video). “Atterrati” ed “androidi/alieni” non sono parole usate a caso. Questa è stata l’impressione avuta non appena in quattro sono saliti sul palco, ciascuno con una tuta nera attillata percorsa in senso orizzontale e verticale da linee bianche che formano quadrati perfetti; impressione confermata quando circa a metà spettacolo, sotto le note sintetiche di “Spacelab”, una navicella spaziale atterra sulla nostra città, vicino al Colosseo, dopo un volo che dallo spazio porta sopra i cieli della nostra penisola.

Ma andiamo con ordine, così come con ordine preciso e cadenzato sono stati eseguiti i brani dalla formazione di Dusseldorf. Alle 21:15 esatte i Kraftwerk entrano in fila e si dispongono ognuno dietro la propria postazione, situate l’una accanto all’altra e anch’esse parte di un gioco luminoso che durerà per tutto lo spettacolo. Dietro di loro un unico megaschermo che sarà l’altro protagonista della serata. Lo spettacolo si chiama infatti 3D e, come vuole il nome, le immagini volutamente vintage che da sempre accompagnano i teutonici musicisti, questa volta si impreziosiscono della potenza visiva della tridimensionalità. Un esperimento nato nel 2009 e da quel momento portato in giro in tutto il mondo, con quella di Roma fino adesso come unica tappa italiana. Tutti con gli occhialetti dunque, occhialetti di cartoncino bianchi con la scritta Kraftwerk sull’asta destra e la sequenza di numeri da 1 a 8 su quella sinistra, che ci vengono consegnati prima di prendere posto e che diventeranno per molti un simpatico elemento di arredo oltre che un oggetto da conservare negli anni!

Dicevo, ore 21:15, inizia lo show. Già dalle primissime battute, veniamo immersi e catturati dal suono sintetico e minimale, unito alle splendide suggestioni evocate dalle immagini che incessantemente, nota dopo nota, brano dopo brano, si susseguono e ci avvolgono, quasi a divorarci, facendoci diventare un tutt’uno con esse e con la musica. Per la prima volta, infatti, noto che sono pochissimi i presenti distratti a scattare foto con gli smartphone. Anche il suono stesso, che ai meno attenti potrebbe sembrare algido, distaccato ed impersonale, ci abbraccia e ci scalda col suo calore e la sua energia, regalandoci attimi di adrenalina pura. Dalle quattro postazioni viene sprigionato un suono preciso, dettagliato che ci accompagna in un viaggio che da un’autostrada e dalle rotaie di un treno ci porta nello spazio, passando per numeri, computer e luci al neon, mimando costantemente una realtà che all’epoca era futuro e che ora è un’inquietante presente che stravolge nella sua attualità. L’esempio più eclatante ci viene offerto con “Radioactivity”, nella quale non poteva mancare il riferimento al recente disastro di Fukushima.

Inutile e freddo sarebbe soffermarsi sui singoli brani, in un concerto che è stato eseguito tutto d’un fiato, album dopo album, in due ore intense che si sono consumate come un unico pezzo e che rappresentano la storia e l’anima stessa della musica elettronica. Nel finale, l’unico approccio con il pubblico: “Musique Non Stop” chiude con i musicisti che, dopo un breve assolo ciascuno, scendono uno dopo l’altro dal palco, ringraziando ed inchinandosi davanti al pubblico. L’ultimo naturalmente è Ralf Hütter, che saluta con un “sintetico” <<Goodnight, Auf Wiedersehen>>. Ma la musica, come Hütter dice nel finale della canzone, non si ferma che per pochi istanti, giusto il tempo che serve al pubblico per scendere dalle gradinate e riversarsi sotto il palco per godere degli ultimi due brani.

L’influenza che hanno esercitato nella musica popolare, da loro definita volksmusik, è fortissima e da ieri, come se non fossero bastati negli anni gli ascolti su disco, è ancora molto evidente il motivo per il quale i Kraftwerk sono dei veri e propri profeti della musica. Tutto in loro è proiettato in avanti e da adesso anche le immagini, fino a pochi anni fa solo “staticamente” in 2D, sono protese verso un futuro che abbraccia, come disse Florian Schneider, “tutte le tribù del villaggio globale”, vecchie e nuove generazioni. Grazie Men-machine, grazie di cuore!

Francesco Di Giugno

Foto a cura di Gianni Cianci (https://www.flickr.com/photos/silenziovivo)

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