Meshuggah live @Orion 19 giugno 2018 doppio report video e foto

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Era forse il 1991 quando mi capitò tra le mani il primo disco dei Meshuggah “Contradictions Collapse“, disco embrionale ma estremamente fresco e dagli intenti innovativi. I Meshuggah li conobbi così, quasi per caso, trasmetterli alla radio all’epoca era davvero qualcosa che andava oltre il semplice proporre musica nuova

Nel corso degli anni ho seguito la loro evoluzione, il loro modo di spingersi oltre il semplicistico concetto di musica metal; i Meshuggah oggi suonano un genere musicale che esula dal nozionismo spicciolo, visto che la band di Jens Kidman ha costruito un avamposto quasi nichilista a cui è impossibile accostare definizioni.

Dal vivo non li avevo mai visti, gravissima mancanza che ho finalmente colmato ieri sera 19 giugno 2018 all’Orion di Roma.

Di solito però quando le aspettative sono alte, spesso si resta delusi.

Il “caso” Meshuggah invero, è una anomalia spazio temporale, e dire che di concerti no ho visti tanti, forse qualche migliaio, per cui pensavo di aver visto tutto, e invece no.

I dischi rendono solo in parte, ciò che la formazione svedese riesce a produrre sul palco.

L’esperienza live assume aspetti inquietanti, per cui cercare un criterio in tutto quell’altoforno è impossibile, perché si viene catapultati in una dimensione parallela dove l’idea di musica si sottomette alla purezza, e viene piegata per essere trasformata in essenza compositiva che a tratti diviene ideologicamente inaccettabile, perché una esperienza del genere pensi non sia di questo mondo.

Il fatto è che i Mesh dal vivo sono un tornado che ti sbatte al muro e ti lancia in aria, sembra di essere un tappetino che viene catapultato da una parte all’altra dello spazio.

Compattezza e precisione sono dettati dagli innumerevoli concerti che ogni anno eseguono, è pur vero che tecnicamente sono dei metronomi, ma è proprio quella determinazione spietata e quasi maniacale che rende l’esperienza del live, trascendente, improbabile.

Meshuggah dal punto di vista dello stile, sono un marchio, come la chitarra di Hendrix o la voce di Aretha Franklin, bastano poche note che capisci subito di chi si tratta, ecco, rispetto alle innumerevoli band che tentano di scimmiottarli, i Mesh, sono riusciti a trovare quell’alchimia impossibile, ovvero, lo stile personale, il suono personale, il suond Meshuggah, quello degli autentici fuori classe che dal vivo elargiscono come fossero la grande mietitrice in un campo di battaglia.

Quasi due ore di inferno, demolizione e saccheggio, due ore di spietata battaglia, che a lasciato felici e distrutti i mille appassionati presenti all’evento.

Prince Faster

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La potenza del suono

Una violenta onda d’urto, un attraversamento dello spazio, una valanga di fuoco, queste sono le sensazioni che i Meshuggah hanno regalato al loro pubblico la sera del 19 Giugno all’Orion.

Un concerto epocale, di quelli che lasciano il segno. Ci si sente investiti da un propulsore acustico di una potenza tale da non pensare minimamente all’idea di contrastarlo.

Nel caso della band svedese è davvero riduttivo parlare di metal, pur considerando le mille sfaccettature legate a questo genere, non ce ne è una sola da poter associare alla loro musica. Hanno uno stile totalmente proprio e di nessun altro, non hanno precedenti, sono l’assoluto della creazione musicale. Si, si…. proprio quella del Big Bang. Se ci si volesse immaginare il fragore di quella prima esplosione, sarebbe esattamente il suono dei Meshuggah.

La loro musica è composta da strutture complesse che richiedono un alto grado di attenzione, esattamente come nel jazz più virtuoso, musica intellettuale, con frasi che vengono amputate con violenza così come un braccio lo sarebbe da un machete e sostituite, in meno di una battuta, da un nuovo arto bionico.

Concentrarsi nell’ascolto è come cercare di nuotare in un mare in tempesta, schiacciati dalla voce infernale di Jens Kidman, dai tuoni e dai lampi della chitarra di Fredrik Thordendal e dal vento tagliente di quella di Mårten Hagström, quando finalmente si crede di stare a galla, arriva l’onda che ti trascina giù e in quel preciso momento, intervengono il basso di Dick Lövgren e la batteria del mostruoso Tomas Haake a tirarti la testa fuori dall’acqua.

Un sogno, un incubo, una vera esperienza surreale che resetta l’anima e il corpo.

Sira De Vanna

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Setlist:

Clockworks

Born in Dissonance

Do Not Look Down

The Hurt that Finds You First

Rational Gaze

Pravus

Lethargica

Nostrum

Violent Sleep of Reason

Bleed

Encore:

Straws Pulled at Random

Demiurge

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