Mokadelic visual live @ Monk 23 febbraio 2019 il report

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Mi sembra invidiabile la strada di crescita costante e coerente che i Mokadelic hanno fatto fin dagli inizi nel 2000, quando si chiamavano Moka e già contavano quattro (Alberto Broccatelli, Cristian Marras, Maurizio Mazzenga, Alessio Mecozzi) dei componenti della attuale formazione (ai quali nel 2006 si aggiunge stabilmente Novelli).

Strada che si traccia attraversando incroci di arti che si nutrono a vicenda fino ad arrivare ai successi più recenti e noti: i Mokadelic hanno avuto sicuramente un picco di popolarità con la realizzazione nel 2013-14 della colonna sonora della serie Gomorra – diffusa in più di cinquanta paesi (ma anche in parte già con quelle dei film “Nel nome del padre”, “A.C.A.B.” e altri), e allo stesso tempo hanno di certo contribuito alla riuscita di una cinematografia che anche nell’uso di colonne sonore originali riesce a ottenere un forte impatto, anche emotivo ma senza retorica.

Mi sarei aspettata proprio molte immagini dai film citati per questo “visual live”, quando entrata al Monk ancora semi deserto (si riempirà in fretta), ondeggiavo come gli altri in un’atmosfera sospesa attorno al palco, insolitamente chiuso da una “quarta parete” di tela bianca semitrasparente.

Non si aprirà mai, al contrario servirà a proiettare le immagini insieme a tutti gli altri lati, rinchiudendo i musicisti come in uno splendido acquario, o una Wunderkammer dove sbirciare universi sorprendenti in scala.

Sulla parete di fondo, inoltre, ogni tanto una citazione, come ad aprire i capitoli di un libro, o a segnare una tappa del viaggio. Una delle prime invita ad immaginare un mondo di creature animali che creano movimenti incessanti nello spazio, e già questo mondo appare ed è il nostro, e mentre la musica inizia il palco e la nostra visuale sono avvolti dalle danze di pesci, meduse, cavallucci marini, razze ecc…

Alla fine il live risulta dedicato soprattutto all’album del 2016 “Chronicles”, quindi brani non ancora legati a delle immagini su grande schermo, ma certamente a molte immagini nella mente dei musicisti, che probabilmente hanno voluto invitarci a viverle con loro in questa occasione.

L’inizio con Human Circuit ruota attorno a tastiere ed elettronica,con un coinvolgimento che parte dalla testa, dalla mente, e scende a sfiorare il cuore con il pianoforte, chiudendosi con un finale come di suoni sfilacciati in corto circuito.

Sleep one eyed, che apriva Chronicles, ci porta nel suo lato più di stampo post rock e psichedelico, e ci avvolge liquidamente tutto il corpo e tiene sospesi sotto le onde, fluttuanti tra i cerchi instancabili degli animali nelle immagini.

In questo andirivieni tra le diverse “anime” dei Mokadelic, che coinvolge e scuote alternativamente, torna a prevalere l’elettronica con Koenjii (potete vederne anche il video su youtube), con le strane movenze ri-create al di la della natura dall’animale umano, che sembra quasi voler piegare e rallentare il tempo con la danza, mentre viene sempre contraddetto dall’accelerazione ossessiva dei suoi ambienti urbani e tecnologici.

Oltre alla bellezza delle composizioni e la bravura e compattezza dei musicisti, mi viene da notare come la batteria di Broccatelli che potrebbe sembrare “solo” sicura e precisa, mi trasmette un corporeo radicamento alla terra che tiene ancora più inchiodati con tutti i sensi.

La mente psichedelica viene di nuovo stuzzicata dalle chitarre di “Funeral flute”, una delle quali viene addirittura suonata con l’arco come un malinconicissimo violino nella successiva “But I will come back”, stavolta dalla colonna sonora di “Come Dio comanda”.
Ma ancora si tornerà a pescare da Chronicles con “Dust devil”, dominata dal pianoforte sul tappeto di synth che si sbriciola sotto i piedi come foglie secche, per poi riempirsi e rotolare come una lenta valanga, prendere il via con la batteria e le chitarre riverberate, e più in là con “Nest memories”, pienamente nei canoni post rock, valorizzata e potenziata in questo contesto.

Arrivano i brani tratti da Gomorra, che danno i toni più oscuri a questa serata, anche se a volte sono brevi quasi come degli intermezzi come “Ray of hope”, la ormai iconica “Doomed to live” (da vedere il bellissimo video ufficiale, con i musicisti nella semioscurità, appena illuminati di riflesso dalle immagini del film), “Nothing to be gained”, “Tragic Vodka”.
Siamo avvolti in liquidità scure, vischiose, pericolose, qui con stridenti contrasti di toni emotivi non più alternati ma sovrapposti.

“Hanged country” (da “Come dio comanda”) e “Panda’s trip” (da “Hopi”, 2006, quando ancora si chiamavano Moka e non Maokadelic) chiudono in modo denso ma tutto sommato senza scossoni, mentre la vera scossa finale la di il sorriso di Stefano Cucchi che si staglia sulla parete, e che nessuno dimenticherà mai anche grazie al film “Sulla mia pelle”

Alessandra Dotto