Psycho Kinder e il nuovo splendido album Diario Ermetico

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Tra le più sorprendenti cose uscite nel 2018, e scoperte ultimamente, ha un posto del tutto speciale quest’opera strana e bella, che fa breccia senza assomigliare a null’altro e senza rispondere a nessuna aspettativa.

Segnalato quà e là da classifiche e playlist, giornali e blog, sta esplodendo lento e inesorabile come una germinazione, raccogliendo sempre piú attenzioni e apprezzamenti,

Se volete le luci senza le ombre però non ascoltatelo: è una bellezza dolorosa e che si può cogliere solo lasciandosi scavare dentro da molti, piccoli e fulminei particolari, e dalle onde che provocano proprio lì dove la nostra attenzione ristagnava.

Sia chi ama la densità della parola d’autore (direi di scultore), sia chi tiene alla capacità della musica di creare atmosfere e mondi, può trovare soddisfazione, o meglio un nutrimento profondo che non aspira mai alla sazietà, perché non saprebbe percepirsi senza inquietudine.

Il progetto Psyho Kinder è nato nel 2009 a Macerata, per mano di Alessandro Camilletti, autore delle parole (salvo la traccia 4, il cui testo è di Luca Ormelli) e voce narrante delle stesse, e che negli anni si è avvalso della collaborazione di vari e sempre valenti musicisti, pubblicando a partire dal 2014 per arrivare a questo quarto album.

Già dagli inizi era forte il peso dei testi, ma il risultato era più post-punk, come strumenti e come attitudine, per farsi poi negli anni sempre piú personale e intimo, mentre la musica si arricchiva sempre più di sperimentazioni elettroniche, due sponde di un percorso che con Diario Ermetico sembra raggiungere delle vette sicure.

Le parole scandite in un modo che non possono essere lasciate scivolate addosso, distillano citazioni e introspezioni culturali, filosofiche, esistenziali, luci che trapassano la carne mortale lasciando più domande che risposte. La composizione ed esecuzione strumentale è affidata a Deca (Federico De Caroli), musicista elettronico di grande spessore e creatività, anche lui da esplorare certamente in tutta la sua produzione anche a ritroso.

Le 12 tracce sono quasi tutte brevissime, per 25 minuti totali di ascolto.
Come forma mi ricordano degli aiku, piccole poesie compiute in poche righe, parole come pietre incastonate in strutture musicali che trapassano e cingolo l’ascoltatore anche con un solo ineluttabile movimento, ognuno con la sua atmosfera e i suoi materiali sonori ben selezionati: Vibrazioni droniche, pianoforti malinconici con accordi che a volte restano in bilico come su un abisso, nebbie e bagliori metallici, marce funeree, noise trituranti meccanici contrapposti a spazi senza dimensioni né ritmi, synth oceanici in cui immergersi per rigenerarsi, o intessuti come veli tra cui appaiono e scompaiono presenze come fantasmi.

L’unico brano lungo, il numero 11, è quello più intriso di citazioni e “apparizioni fantasmatiche”, come se questo lavoro avesse la compattezza di un seme, denso di significati ma chiuso nella sua corazza, e come se potessimo cercare di esplicitarlo, descriverlo solo “all’indietro”, in tutto quello che l’ha preceduto e nutrito, come a sciogliere le catene del suo DNA.

Infatti mi sembra molto più pretenzioso e importuno, rispetto a un seme, volerne descrivere la pianta a cui darà vita, non si possono immaginare il terreno che la accoglierà, la sensibilità e la ricchezza, l’acqua, il nutrimento, le intemperie, le distrazioni, gli inquinanti…

Così, con certamente troppe parole, ho cercato qui di parlarne, della sua bellezza compatta, perfetta nell’istante, ma con le linee sul suo guscio che dicono come si spezzerà per divenire nel tempo, con tutto quello che comporta prima di tutto e che è l’essenza drammatica della vita: la mortalità.

Psycho Kinder “Diario Ermetico”
2018 (Fonetica Meccanica)

Alessandra Dotto