SOEN live @ Largo Venue 12 ottobre 2017 il report

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Se non fosse una recensione questa potrebbe essere una storia sulla scoperta, sulla resistenza, sulla semplicità e sulla consacrazione.

Annunciata diversi mesi fa, è arrivata la tanto attesa data romana degli svedesi Soen lo scorso 12 Ottobre. Inizialmente era il Planet Club il luogo designato ad accoglierli con il consueto grande affetto dei numerosi fan italiani ma poi la location è cambiata, a Settembre, per l’apertura di un nuovo spazio spuntato silenzioso in zona Largo Preneste: per l’appunto Largo Venue.

Da quando sono a Roma ho sempre abitato in questa zona, cambiando anche diverse case chilometro più chilometro meno e come tutti, Romani, stranieri e studenti, ho gioito moltissimo della scoperta, o meglio della riscoperta, visto era da un po’ che lo si sapeva (anche se nessuno lo declamava), del laghetto adiacente all’ ex fabbrica Snia Viscosa.

Un lago artificiale nato dal caso, da un errore negli scavi per costruire l’ennesimo mostro di cemento, che ha permesso all’acqua di fuoriuscire e creare questo bellissimo e un po’ sfrontato, insolente e giovane laghetto. E’ “la natura che combatte”, che non agisce a caso ma per adattamento. Una scoperta, ma anche un atto di resistenza della natura.

Una simile sensazione, con le dovute proporzioni, mi è subito venuta in mente appena entrati, giovedì a Largo Venue. Un nuovo club, leggermente nascosto di fianco al lago, che nasce all’improvviso nella morìa di locali adibiti ad eventi live di un certo livello.

Nato come progetto di riqualificazione urbana, è uno spazio di buone dimensioni sia dentro al coperto che fuori con giardino annesso.
Ma è questa una recensione? Sì, perché intanto stavamo parlando di concetti nobili come la resistenza, che con la musica è fortemente connessa specialmente di questi tempi con grande quantità di musica pessima, e poi non appena la band da apripista, i Madder Mortem, ha impugnato gli strumenti ci siamo accorti di essere in un posto veramente adatto alla musica con una degna amplificazione e resa.

Puntuali alle 21 iniziano i Madder Mortem, quintetto dalla Norvegia attivo da circa vent’anni (1997 il primo demo). Band molto interessante soprattutto dal vivo per l’intensità della loro performance guidata dall’energia della cantante Agnete M. Kirkevaag che tra acuti e sussurri con un’ascendente molto blues mi ha fatto venire in mente la grintosa Beth Hart, anche per le movenze.

Tutto bene, il pubblico inizia a scaldarsi e i Nostri sul palco ancora di più proponendo tracce che mescolano con sapienza diversi generi, dal progressive al gothic, dal thrash al doom con grande naturalezza. Forse non saranno uno dei gruppi più innovativi e particolari del mondo, ma il loro lavoro lo fanno bene, fanno rockeggiare e coinvolgono gli ascoltatori che ripagano con gli applausi la bella performance donata loro.

Verso la parte finale del loro spettacolo, Agnete presenta un brano per il quale si sente di spendere qualche parola. E’ un pezzo molto intimo per lei, sebbene sia normale che ogni composizione rappresenti una parte di sé, questo ha una valenza speciale, le è particolarmente vicino al cuore e aggiunge che il potere della musica è proprio questo, il rendere universale o fruibile a tutti, nelle diverse declinazioni, un’ emozione propria intima e nascosta.

Una banalità, sì. Ma è la base e il minimo comune denominatore di ogni forma artistica, non sempre, soprattutto di questi tempi, concetto scontato.
Il brano è molto “pop” se così può definirsi un pezzo del genere (in stile Evanescence, per capirci), eseguito alla perfezione come tutto l’altro loro repertorio d’altronde. La nostra Agnete non può trattenere delle lacrime sbucare inaspettate. Ecco la semplicità della musica, di un’emozione, che rende tutto entropico ed universale. Ci hai convinto.

La semplicità è sempre stata una caratteristica nota stilistica dei Soen, alle 22.30 siamo tutti carichi in attesa dei ragazzi troppo spesso accomunati ai Tool e agli Opeth a mio avviso, quando poi si è sempre atteso qualcuno che seguisse il loro percorso in solitaria.

La serata sarebbe stata video-registrata per poi finire nel DVD live in lavorazione per la band, ci avevano avvisato gli organizzatori del concerto. Infatti c’è una folta schiera di mini telecamere sul palco pronte ad immortalare ogni istante compreso il pubblico (numeroso).

Come un rito propiziatorio, vengono accesi due bracieri di incenso sul palco che inondano di un piacevole profumo tutta l’area. “Lykaia”, il nome del loro ultimo e terzo album, proviene dalla mitologia greca e rappresenta un rituale di passaggio molto oscuro che prevedeva anche, pare, pratiche di cannibalismo e la trasformazione in licantropi da parte di alcuni partecipanti.

L’atmosfera è perfetta quando i Soen iniziano la scaletta, rivelatasi la stessa di tutto il tour

promozionale di questo album dai primi mesi dell’anno, con “Canvas”, dal primo album

“Cognitive” del 2012.

Uno dei migliori brani del debutto, che racchiude un po’ tutte le varie sfumature della band: la centralità della batteria di Martin Lopez con le ritmiche apocalittiche e percussive ma anche delicate e “Jazzy”, gli incastri di fraseggi dei chitarristi Marcus Jidell (solista) e Lars Åhlund (esecutore anche dei tappeti sonori con le tastiere) e naturalmente la voce “messianica” di Joel Ekelof.

Proseguono con “Sectarian”, perfetto brano di apertura del nuovo “Lykaia”, poi con “Savia”, “Sister” e “Pluton”, alternando quindi pezzi di tutti e tre i loro album in un crescendo di intensità e pathos che culmina negli splendidi coretti finali ad opera del pubblico innescati da Marcus e finalizzati a mantenere il tappeto sonoro ed il tempo per un suo assolo “strappalacrime”. Il momento è da brividi e i nostri sul palco sono entusiasti. E’ il momento del la splendida “The Words” a sigillare definitivamente il patto “di sangue” con i fedeli accorsi al rito.

Joel deve essere un ragazzo molto semplice e riservato, sul palco non è certamente il classico “animale”, ma la sua voce è perfetta e le sue movenze sono circondate da un’aurea di sacralità e magnificenza. Sono visibilmente caricati dalla partecipazione del pubblico di Roma sempre caloroso e protagonista (quando ne ha realmente voglia come in questo caso) e probabilmente contenti in cuor loro che le riprese del live stessero venendo al meglio.

Proseguono come da copione con “Opal”, “Kuraman” e “Jinn” con una precisione tecnica esecutiva invidiabile e la loro personale commistione tra aggressività e dolcezza. Con “Fraccions” si conclude la scaletta ufficiale, ma noi sappiamo già che, acclamati, torneranno sul palco per concederci ancora due momenti: il singolo forse più conosciuto, “Tabula Rasa” e l’ultimo in ordine temporale di uscita, “Lucidity”. Fantastici.

Si chiude il sipario e credo che tutti i presenti possano concordare nella consapevolezza di aver assistito ad un grande spettacolo dove ci sono stati due attori principali, le band ed il pubblico. Anzi direi tre: gli organizzatori che per far avvenire tutto ciò devono lottare, resistere e…vedere cose che voi umani non potreste immaginare.

Il rito è compiuto, il passaggio da “una band simile a Tool ed Opeth” ad un’entità unica ed esclusiva è avvenuto, la consacrazione c’è stata e noi possiamo ritirarci che domani si lavora.
Quant’è bello potersene tornare a casa a piedi dopo un concerto a Roma?

Vincenzo Presutti

Soen live @ Largo Venue 12-10-2017

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