Intervista a Federico Venditti per libro “Hotel Paranoia”

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Chitarrista dei metallici Witches Of Doom e attivo anche con una una nuova formazione dai sapori gothic, Federico Venditti è un ottimo scrittore che già diede prova di qualità con il suo esordio “19. Un tram chiamato nostalgia“. In questo libro trasporta i lettori nella Roma anni 80 facendo immedesimare molte persone con il protagonista che trascorre numerosi pomeriggi sul famoso tram che arriva a San Lorenzo dove c’era, una volta, il celebre negozio di dischi Disfunzioni Musicali, creando ambientazioni e situazioni che sono sospese, con abilità descrittiva, tra realtà e fantasia.
E l’immaginazione non viene a mancare anche nella sua nuova pubblicazione “Hotel Paranoia” (Nolica edizioni), con il quartiere San Lorenzo ancora protagonista, essendo limitrofo al cimitero del Verano dove risiede il protagonista Michele Dalla Corte. Nel libro questo luogo è ben presente e ben descritto così come altre zone della Capitale che vengono raccontate con dovizie di particolari, varie aree cittadine che spaziano da Roma Nord a Roma Sud, sottolineando anche l’arroganza, le emozioni, il divertimento di varie classe sociali.
Il protagonista prova sulla sua pelle il crollo economico e morale di questa epoca, luci e poi ombre che una qualsiasi persona può trovarsi a vivere quando meno se lo aspetta, un decadimento umano e psicologico che tiene incollati dalla prima all’ultima pagina. L’autore sa infatti comporre con sagacia le varie assurde situazioni che Michele si trova ad affrontare suo malgrado, una confusione che è specchio anche di una Roma caotica e ormai persa nel suo delirio, vittima di una ladrocinio e imbarbarimento continuo che ne usurpa la sua bellezza poetica e storica.
Abbiamo voluto incontrare l’autore per approfondire meglio cosa lo ha ispirato e come ha realizzato la stesura di “Hotel Paranoia”. A seguire ecco le risposte di Federico Venditti alle nostre domande
Gianluca Polverari

Come nasce l’idea della trama di Hotel Paranoia?
Ciao Gianluca, allora l’idea è nata d un evento molto triste: la perdita di mio padre. La sua morte mi ha catapultato dentro il cimitero il Verano, una città fantasma dentro la città. Come scrivo nel libro il cimitero è una piccola metropoli che si nasconde dentro San Lorenzo. Le sue mura di cinta tagliano fuori la città dei vivi da quella dei morti, creando una forte dicotomia. Tornando alla tua domanda, le pratiche per la sepoltura e tutte le procedure legate ad essa, mi hanno fatto scontrare con gente veramente poco raccomandabile e pronta a speculare sulle disgrazie altrui, approfittando del momento di estremo dolore del parente. Insomma, da questo spunto negativo e deprimente, mi è venuto in mente di sviluppare una storia al suo interno. La trama è puramente di fantasia, ma ho cercato di renderla più credibile possibile, plasmando un’atmosfera cupa ma anche ironica. Risate amare.

C’è un personaggio in particolare che ha ispirato il tuo protagonista?
Il personaggio principale, Michele Dalla Corte, non è ispirato a nessuno in particolare, ma è una summa di tanti personaggi e situazioni legate al cinema o alla letteratura tout court. Il prologo del romanzo ad esempio è ripreso dal classico noir degli anni cinquanta, “Viale del Tramonto” di Billy Wilder, dove il protagonista, un magistrale William Holden, veste i panni di uno sceneggiatore spiantato di Hollywood, che inizia a raccontare la sua storia partendo, appunto, dalla fine, cioè dalla sua morte per arma da fuoco. Ma nel romanzo ci sono un’infinità di rimandi: dal personaggio di Viviana, un mix tra la dark lady Bonahm Carter in Fight Club e la nonna di Harold & Moude. Come non citare poi Bukowski o John Fante per l’ispirazione di un barbone alcolizzato fuori gli schemi come Cago, una specie di Cicerone che accompagnerà Michele nei sotterranei del Mondo Sommerso. Un’altra città nascosta dentro le fogne della metropoli. In generale posso citare Conrad di “Cuore di tenebra” nella discesa agli inferi che effettuerà Michele: un biglietto di sola andata verso i meandri più scuri del suo essere. Quindi, come vedi, le mie influenze sono varie; ho cercato di rendere la storia più personale possibile, mettendoci tanto di me stesso e di quello che penso sia successo negli ultimi dieci anni al nostro paese. Nella trama si intrecciano tre o quattro temi che costituiscono l’architrave del romanzo: crisi economica del 2008, depressione e ansia nell’uomo moderno, nuovi poveri, mancanza cronica di lavoro.

Che sopralluoghi e studi hai fatto per raccontare e descrivere il Verano?
I sopralluoghi li faccio in continuazione quando passeggio. Un luogo, fonte di sicura ispirazione sono le banchine sul Tevere, camminando da solo lungo le sponde del fiume mi sono venute parecchie idee interessanti. Il Tevere difatti è un personaggio silenzioso del libro, che giustamente ringrazio per avermi dato molte dritte. Una presenza oscura e talvolta benevola che ammira da lontano le peripezie dei protagonisti. Il fiume ci osserva da millenni e se potesse parlare avrebbe molte cose da raccontare su Roma e i romani. Ovviamente poi c’è il Verano, un monumento fantastico che vi invito a visitare: qualcosa di indescrivibile. Infine vado spesso in quartieri come Il Pigneto che ormai ha sostituito da anni San Lorenzo, un vero peccato, dal momento che fino ai primi anni duemila era un ritrovo di artisti di tutti i tipi. Oggi è un quartiere allo sbando, poco raccomandabile di notte, vittima di spacciatori e prostitute.

Roma appare decadente più che magica. Qual è il tuo rapporto con la città?
Il mio rapporto è di amore-odio con la città. Credo che qualsiasi cittadino, con un minimo di spirito critico, non possa non vedere in che stato di degrado versa Roma, anche se rimane sempre un museo a cielo aperto. Penso che offrire un’immagine distorta, come quella in La Grande Bellezza di Sorrentino, non offra una cartolina veritiera della Città Eterna. Nel mio piccolo, credo di aver fotografato una metropoli piena di contraddizioni, dove i colori sono sbiaditi in un pallido bianco e nero. La valenza di questo romanzo, risiede nel condurre il lettore, in una città che appare come una nuova Gotham City.

Aneddoti particolari che ti sono accaduti mentre scrivevi e che hanno attinenza con il testo?
Questa è una domanda difficile. Nessun aneddoto degno di nota, eccetto che il libro si è scritto da solo in una arco di tempo abbastanza ristretto, solo quindici mesi. Il primo lockdown mi ha aiutato parecchio a trovare la concentrazione giusta sul testo. Anche se volontariamente ho ambientato la storia un anno prima del Covid, non mi sembrava una buona idea parlare della pandemia, ma piuttosto annunciarne le premesse.

C’è una colonna sonora che ti ha ispirato mentre scrivevi “Hotel Paranoia?
Ho degli ascolti molto variegati. Posso passare con disinvoltura da Jello Biafra a Johnny Cash nell’arco della stessa giornata. Anche se provengo dal mondo metal, negli anni ho sviluppato interesse per altri generi musicali come la new wave, gothic, country, punk HC, anche pop se suonato bene. Quindi se ti dovessi dire una colonna sonora per il libro ti menzionerei sicuramente qualche disco notturno come “Bubblegum” di Mark Lanegan oppure “Blood” dei Then Comes Silence, ottima band svedese.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere il libro e ci sono state tante modifiche o ripensamenti prima della stesura finale?
La prima stesura del libro è durata sette mesi circa, come ti spiegavo prima, ho iniziato a scrivere a gennaio 2020 e probabilmente sarei andato più a rilento se a marzo non ci avessero chiusi a chiave per due mesi. Quindi, in un certo senso, la quarantena per me non è stata totalmente negativa, dato che ho iniziato a tirare idee su personaggi, situazioni e luoghi. Posso affermare che il romanzo si è praticamente scritto da solo, ero trasportato da un flusso di coscienza e la morte di mio padre è stata un propellente per far germogliare buone idee da inserire. Quando scrivi di ripensamenti ce ne sono tantissimi, ma non tanto nella storia in sé quanto piuttosto per la forma grammaticale. Scrivere 336 pagine in modo logico e strutturato è una sfida nella sfida. Fare combaciare i tempi, nella costruzione di un testo così lungo, è qualcosa che non avevo mai sperimentato prima. L’unico capitolo che è stato aggiunto all’ultimo minuto è Paradiso Artificiale, praticamente il capitolo in cui Cago accompagna Michele alla mensa della Caritas, per poi mostrargli i cunicoli del Mondo Sommerso. Avevo l’impressione, che il personaggio del vagabondo alcolizzato, non fosse stato trattato in modo approfondito. Secondo me, i personaggi di un libro devono avere credibilità e un certo spessore caratteriale per essere convincenti ai lettori. Inoltre volevo descrivere in maniera più dettagliata il Mondo Sommerso e soprattutto spiegare i motivi per cui tante persone si ritrovano infognati li sotto. Qualcuno potrebbe pensare che potrebbe essere frutto della mia immaginazione, ma basta fare una passeggiate sulle rive del fiume e si vede che purtroppo questa realtà esiste davvero ed è sotto i nostri occhi.

Il libro coinvolge e tiene rapiti dall’inizio alla fine, portando il lettore in situazioni sociali e toponomastiche varie, dalla ricca società ai reietti, dalla Roma nord più snob ai sobborghi. Quali sono le reazioni e commenti dei lettori che ti hanno colpito di più?
Guarda fino ad ora i commenti sono stati lusinghieri. Ho notato che diversi lettori mi hanno paragonato allo stile di Ammaniti e Bret Easton Ellis, due autori molto bravi. Essere paragonati, anche alla lontana, a una maestro della letteratura americana come Ellis è una grande emozione per me che sono un suo fan accanito. Nel complesso ho notato che molti mi hanno detto che la lettura è fluida e che scorre veloce il che è un bel complimento. Un altro commento, che mi hanno fatto, è che il messaggio del libro è molto potente e che anche ci sono voluti dei giorni per assimilarlo bene. Fa piacere sentire che si è continuato a pensare al libro, anche dopo averlo finito.

Stai già pensando ad una nuova trama di un libro?
Sì, ho iniziato a scrivere un nuovo libro, sarà un romanzo storico, una specie di thriller ambientato ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Non aggiungo altro, anche perché sono ancora alle prime battute e neanche io so bene dove andrò esattamente con la trama. Quello che non voglio fare è ripetermi, nel mio piccolo cerco di seguire le orme di quegli artisti che hanno sempre cambiato genere. Fossilizzarsi su un determinato stile è riduttivo e noioso.

Roma e la sua gente si riscatterà o è condannata alla paranoia? Vedi una luce oltre il tunnel o no?
Mi piacerebbe dire che ci sarà un nuovo rinascimento romano, ma dovrebbe partire dall’educazione impartita a casa e soprattutto dalla scuola. Non credo ci sia la volontà di riscattare la dignità della città. La paranoia è un male che, insieme all’ansia, agli attacchi di panico, coinvolge non solo Roma, ma tutti gli uomini del ventunesimo secolo esasperati da un modello di vita unico che non prevede sconfitti, ma solo falsi vincenti. Quindi, non vedo una luce in fondo al tunnel, ma se proprio siamo condannati a viverci nel tunnel, almeno decoriamolo bene.