Roma Suona

alessandro deledda
19 gennaio 2016

Intervista ad Alessandro Deledda

Alessandro Deledda da sempre impegnato in attività concertistica come pianista solista,

leader di formazioni popular e jazz, dal trio a piccole orchestre, e pianista accompagnatore per formazioni popular, jazz e classiche per varie società di Festival nazionali ed internazionali, ama lasciarsi andare alla sperimentazione e alla libertà espressiva. Ne è un esempio il suo ultimo lavoro discografico “Morbid Dialogues” uscito il 13 gennaio, in cui l’improvvisazione totale diviene veicolo attraverso il quale riesce esprimere al meglio sentimenti e stati d’animo.

Come nasce l’idea di realizzare “Morbid Dialogues” il tuo nuovo lavoro discografico edito dall’etichetta Emme Record Label/Delexy, registrato al Tube Studio di Enrico Moccia in uscita il 13 gennaio?
Nasce sicuramente dall’esigenza di fare un viaggio, finalizzato alla realizzazione di  un progetto che possa mettere in luce un tipo di improvvisazione libera, un modo di lavorare attraverso un   procedimento che considero opposto alla composizione: partire dall´improvvisazione libera per arrivare al componimento durante il suo percorso estemporaneo.
Prendere una direzione sconosciuta con dei compagni di viaggio che abbiano voglia di intraprendere insieme questo cammino con libertà, un pizzico di follia e una buona dose di incoscienza. Ma soprattutto è stato importante osservarsi reciprocamente, dialogare nel rispetto della tradizione del jazz ma anche assecondando lo stile di ogni musicista che ha partecipato al disco.
Dialogare quindi attraverso dei gesti musicali,  dei timbri , delle intenzioni ritmiche o semplicemente dei messaggi “in codice” da raccogliere simultaneamente al fine di creare un qualcosa che possa avvicinarsi quanto più possibile ad una composizione finale. Il mio approccio mentale è: “siediti e suona il nulla, per poi alzarti e riascoltare un racconto o guardare un quadro  realizzato con una vasta tavolozza di colori”.

Un disco energico dove la sperimentazione incontra l’improvvisazione. Cosa ti ha regalato emotivamente questo lavoro?
Tantissimo direi. Credo che tutto ciò che nel quotidiano si fa con la musica e per l’arte, non può non aver a che vedere con il desiderio e l’istinto di voler  esplorare nuovi mondi. L’incontro tra l’improvvisazione e la sperimentazione in questo disco, ha rappresentato per me un grande lavoro di esternazione estemporanea di passioni, dedizione, eventi, casualità e direi, anche di disciplina per le regole.
Ecco  allora che per esempio l’elettronica  può aiutare, un suono aleatorio può stimolare, un elemento ritmico può catalizzare nuovi intenti improvvisativi.
Credo fermamente che il risultato finale derivato da tali presupposti non possa non produrre un lavoro ricco di energia.

Il disco è composto da 10 tracce in cui i dialoghi in maniera totalmente estemporanea con gli altri musicisti che storie ed emozioni hai cercato di raccontare?
Hai presente quando sei invitato ad una cena da persone che non conosci e qualcuno se ne esce a tavola con la classica frase: “dai, parlaci di te!…”?  Bene, questo è quello che mi è accaduto con “Morbid Dialogues, ho iniziato a raccontare storie ed emozioni partendo dal mio immaginario vissuto più che pensare ad una soluzione musicale, ad un accordo, o una tonalità di partenza. Ad esempio il brano “Mr. Charlie’s way” non è una dedica a Parker ma la storia del mio cane, sempre attento e primo critico ascoltatore della mia musica,  o “Morbid Dialogues”  che invece rappresenta  un mio dialogo a distanza con un caro amico impegnato a salvare la propria vita da un grave problema di salute. Il tutto con il sostegno dei miei musicisti sempre pronti ad interagire, a dialogare, a raccogliere le sensazioni,  per rendere questi racconti sempre più dinamici ed interessanti.

Per questa avventura ti sei avvalso di uno straordinario guest, il sassofonista e clarinettista Francesco Bearzatti, Miglior Ancia 2011 referendum Musica Jazz e Miglior Sax Tenore Jazz It awards Miglior Musicista 2011 Accademie Jazz Francaise, solo per citare alcuni premi. Come nasce la vostra collaborazione?
Avevo bisogno di integrare al mio “Evolution Trio” composto da Silvia Bolognesi e Ferdinando Faraò,  una sorta di “voce narrante” carismatica, che interagisse con il mio modo di creare sonorità e soluzioni non necessariamente appartenenti al solo linguaggio jazz. Cercavo uno strumentista a fiato con cui stabilire una simbiosi, un jazzista, un rockettaro, uno sperimentatore, un improvvisatore eclettico. Dopo aver ascoltato Francesco Bearzatti  durante un suo concerto a Perugia ho constatato che aveva tutte queste caratteristiche, così mi sono avvicinato a lui un po’ timoroso perchè non lo conoscevo. Il nostro dialogo è stato breve ma intenso, fatto di ironia e battute, più che di musica abbiamo parlato di noi.
Non è difficile quando ti trovi di fronte un grande musicista come Francesco,  così attento, curioso, altruista è bastato un abbraccio, uno sguardo d’intesa e due mesi dopo ci siamo ritrovati in studio a suonare insieme. Francesco è una grande persona!

Il resto dell’ensemble è composto dalla contrabbassista Silvia Bolognesi e dal batterista Ferdinando Faraò, quanto ciascun musicista ha contribuito ad arricchire questo lavoro?
Silvia e Ferdinando rappresentano le mie “costole”, sono musicisti unici ed imprescindibili per me, non hanno bisogno della mia descrizione, basta ascoltarli in questo disco per capire che riescono ad andare oltre. Il loro contributo non è stato determinante solo per questo lavoro, ma per la mia personale crescita musicale. Con loro ho fatto bellissimi concerti e fin dal primo momento ho capito che avrebbero avuto entrambi un ruolo determinante per il mio percorso …e così è stato.

Cosa rappresenta per te “Morbid Dialogues”?
Rappresenta il mettersi a nudo per uscire allo scoperto, la voglia di interagire e di porsi al di fuori di qualsiasi schema, la propensione alla contaminazione, la ricerca del dialogo, lo stabilire una relazione con il pubblico che ti ascolta.

C’è un brano al quale sei particolarmente legato?
Sinceramente ogni brano mi rappresenta, per cui credo sia difficile individuarne uno in particolare. Ogni brano lo identifico come il capitolo di una storia, ed è la storia stessa alla quale sono particolarmente legato. O forse uno c’è ma…non voglio dirlo!

Chi sono i tuoi musicisti di riferimento?
Bach, Bill Evans, i compositori del 900 ma anche Murcof e i Depeche Mode…

Che momento sta vivendo il Jazz italiano?
Io credo che stia vivendo un momento di grazia per quanto riguarda la creatività ma  la difficoltà maggiore sta nel riuscire ad emergere e a farsi conoscere dal pubblico e dalla critica. Troppo spesso bisogna seguire delle logiche di marketing che poco hanno a che fare con i musicisti e con la musica. Per altro non ci sono molti gli spazi  dove è possibile proporre dei progetti originali. Diciamo che in questo momento nel nostro paese la cultura è messa un po’ da parte…

Dove e quando verrà presentato il disco?
Faremo la presentazione ufficiale sabato 5 marzo alla Casa del Jazz, prestigiosa location nel cuore di Roma. A seguire stiamo programmando una serie di concerti di presentazione in giro per l’Italia. Il viaggio sta per iniziare con la speranza sia il più lungo possibile

Massimiliano Fogli

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